4 gap da colmare per creare lavoro qualificato
Trattiamo le persone come una risorsa scarsa: le cerchiamo, ce le contendiamo, ci lamentiamo di non trovarle. I numeri dicono che ad essere raro in Italia, è il posto di lavoro qualificato

Di Pier Giorgio Bianchi – Amministratore Delegato e Co-Fondatore di Talents Venture

Artserlab creare lavoro Bianchi

Alta occupazione: un numero che sembra una buona notizia

Gli occupati in Italia hanno superato i 24 milioni e crescono ormai da anni.

È un traguardo, e nessuno dovrebbe minimizzarlo. Ma un valore assoluto, da solo, non racconta quasi nulla: acquista significato solo quando lo si confronta lungo tre direzioni.

Nel tempo, per capire se stiamo migliorando, e qui la risposta è sì.

Nello spazio, per capire dove ci collochiamo rispetto agli altri, e qui restiamo ultimi in Europa per tasso di occupazione.

Al suo interno, per capire come stia davvero chi è dentro quel numero: l'occupazione femminile si ferma al 58,0%, tredici punti sotto la media europea, e altre categorizzazioni ne farebbero emergere di ulteriori.

L'istruzione è un ponte. Ma dove porta?  

Partiamo da una catena semplice, che però decide la vita delle persone.

Le competenze generano lavoro, il lavoro genera reddito e realizzazione, e da lì passa buona parte di ciò che chiamiamo una vita serena.

L'istruzione, permettendo lo sviluppo delle competenze, è il ponte tra le due sponde.

Riconoscerlo non significa mercificarla, ma ammettere che senza quel legame si nega alle persone la possibilità di migliorare la propria condizione. Senza quel legame, l'istruzione smette di fungere da ascensore sociale.

Il problema è dove porta quel ponte.

La laurea in Italia paga ancora, con una retribuzione oraria superiore di quasi il 50% rispetto al diploma: chi sostiene che studiare non convenga più ha torto sui numeri.

Ma quel vantaggio si misura su una base bassa, perché il differenziale di reddito tra laureati e diplomati vale 6.493 euro contro gli 8.086 europei e gli 8.750 tedeschi, e il salario reale italiano è l’unico, tra le grandi economie, ancora sotto il livello del 2000.

Il ponte c’è ed è percorribile ma è la sponda d’arrivo ad essersi impoverita.

Posti mancanti e lavoro qualificato: due problemi che si parlano

Da qui in avanti conviene tenere distinti due problemi che di solito trattiamo come uno solo.

Il primo riguarda chi non lavora affatto: gli inattivi tra i 15 e i 64 anni sono 12,37 milioni, il 33,3% della popolazione in età da lavoro, il valore più alto d'Europa.

Quasi un europeo su cinque fuori dalla forza lavoro vive in Italia, il che rende la questione europea prima ancora che nazionale.

Il secondo riguarda la qualità di ciò che offriamo a chi il lavoro invece ce l'ha.

Solo il 37,0% degli occupati svolge una professione qualificata, contro il 44,7% europeo, il 48,2% tedesco, il 50,5% francese. Tradotti in posizioni, quei punti percentuali valgono 1,8 milioni di posti qualificati per allinearci all'Europa, 2,6 per la Germania, 3,1 per la Francia.

I due problemi si parlano.

Quella stima è per difetto, perché parte dagli occupati di oggi, che sono pochi. Se recuperassimo una quota di inattivi, la base crescerebbe e con essa il numero di posti qualificati necessari.

È qui che comincia una carestia di cui parliamo poco.

Quattro gap, non uno

Le imprese dicono di non trovare le persone: nel 2025 hanno programmato 938mila entrate per professionisti specializzati, dichiarandone 496mila di difficile reperimento.

Ma «non troviamo nessuno» tiene insieme problemi diversi.

Tre di questi stanno dentro un incontro mancato.

Dal lato dell'offerta di competenze il primo è lo skills gap, un problema di quantità: le persone formate non bastano, come nella cybersecurity, dove se ne formano meno di quante il mercato ne chieda.

La risposta sta nell'ampliare i percorsi e orientare meglio le scelte formative.

Il secondo è lo skills mismatch, un problema di qualità: le persone ci sono, col titolo giusto in mano, ma con competenze non aggiornate né allineate a quelle richieste.

Qui non servono più corsi, servono corsi diversi.

Dal lato della domanda c'è il terzo, di cui si discute molto meno.

I candidati esistono e hanno le competenze richieste, ma a non convincerli sono le condizioni offerte.

Il salario prima di tutto, poi flessibilità e prospettive di crescita, infine il matching geografico. Chiamiamolo gap di attrattività: si risolve rivedendo quanto e cosa si offre.

C’è poi un quarto problema, che sta fuori dall'incontro, perché non c'è niente da incontrare.

Anche attribuendo ai primi tre l'intero mezzo milione di posizioni scoperte, dei 1,8 milioni di posti mancanti ne restano almeno 1,3 milioni che semplicemente non esistono.

È il jobs gap, e pesa più del doppio dei problemi di cui parliamo sempre.

Metafora del jobs gap: l'educazione alimentare in carestia

Che la domanda sia povera lo dicono gli annunci.

Su LinkedIn, in un solo giorno, si contavano 67 posizioni per addetti alla macelleria e 42 per la salumeria contro 22 per database administrator, figura chiave nell'epoca dell'intelligenza artificiale.

In un contesto simile, formare persone senza cambiare la domanda è come fare educazione alimentare in tempo di carestia: insegnare a mangiare bene mentre non c'è cibo è inutile, perché si finisce comunque per mangiare ciò che c'è.

E l'effetto collaterale è peggiore dell'inefficacia.

Ogni laureato che non trova un lavoro all'altezza del proprio percorso diventa un argomento vivente per chi sostiene che studiare non serva a nulla. Così la carestia erode la fiducia nell'istruzione, cioè nell'unico ponte che abbiamo.

Servono politiche di creazione del lavoro 

Ne discende una conseguenza scomoda.

Le politiche attive del lavoro servono a far incontrare una domanda e un'offerta che già esistono, e contro i primi tre gap hanno senso.

Contro il jobs gap non bastano, perché qui la domanda non va fatta incontrare ma va creata da zero. Serve quindi una politica industriale che preveda almeno tre strade.

  1. La prima passa dalle imprese che quei posti già li hanno. Investire in ricerca e sviluppo richiede persone per farla, e l'innovazione che, auspicabilmente, ne nasce, ne richiede altre per gestirla.
     
  2. La seconda è la nascita di nuove imprese capaci di generare occupazione di qualità, e qui il dato italiano è impietoso: su 100 imprese fondate tra il 1995 e il 2019, solo 2 sono state fondate da laureati. Il capitale umano più avanzato del Paese non fa impresa, e quindi non crea i posti che poi lamentiamo di non trovare.
     
  3. La terza è il trasferimento tecnologico dai centri di ricerca. Gli spin-off esistono ma restano minuscoli, con 3,7 addetti in media contro gli 11,5 europei. Abbiamo bisogno di trasformare la ricerca in occupazione.

Nessuna delle tre è rapida e nessuna produce risultati entro una legislatura.

Ma continuare a discutere soltanto di formazione, mentre la parte più grande del problema sta altrove, ha un costo che si accumula in silenzio.

Vale allora la pena chiudere con una domanda alla quale oggi è difficile rispondere: chi, in Italia, ha il mandato esplicito di occuparsi della creazione di posti di lavoro qualificati?

 

Fonti - I dati su occupazione, inattività e composizione professionale sono elaborazioni dell'Osservatorio Talents Venture su dati Eurostat e Istat: il numero di occupati e il tasso di occupazione femminile si riferiscono al 2025, così come i 12,37 milioni di inattivi tra i 15 e i 64 anni; la quota di professioni qualificate corrisponde ai gruppi 1, 2 e 3 della classificazione ISCO. La stima dei posti qualificati mancanti è un'elaborazione dell'Osservatorio Talents Venture che applica quei divari percentuali alla base occupazionale italiana. Sempre su dati Eurostat sono calcolati il premio retributivo della laurea sul diploma e il differenziale di reddito mediano equivalente netto tra laureati e diplomati; l'andamento del salario reale viene invece da OECD. Le entrate programmate dalle imprese sono tratte dal Sistema informativo Excelsior di Unioncamere e Ministero del Lavoro, rilevazione 2025. La mappatura degli annunci di lavoro è stata condotta da Talents Venture su LinkedIn il 9 settembre 2025 ed è pubblicata nella nota dell'Osservatorio di settembre 2025. Il dato sulle imprese fondate da laureati proviene dal rapporto Laurea e imprenditorialità di Almalaurea e Unioncamere, riferito alle imprese nate tra il 1995 e il 2019; quello sugli spin-off universitari dal Rapporto Netval 2024, con dati al 31 dicembre 2023.


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Autore: Pier Giorgio Bianchi
Amministratore Delegato e Co-Fondatore di Talents Venture

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