Convincere un'impresa a usare i dati.
Serve un promemoria operativo e servono poche abitudini pratiche. Per vincere le resistenze, per partire bene e per capire quali KPI contano davvero.

Di Luciano Canova, Divulgatore, autore di Economia dell’ottimismo (Il Saggiatore)

convincere impresa usare dati sito

«Ci sono due giovani pesci che nuotano uno vicino all’altro e incontrano un pesce più anziano che, nuotando in direzione opposta, fa loro un cenno di saluto e poi dice “Buongiorno ragazzi. Com’è l’acqua?” I due giovani pesci continuano a nuotare per un po’, e poi uno dei due guarda l’altro e gli chiede “ma cosa diavolo è l’acqua?”». Ecco: per molte PMI italiane i dati sono proprio quell’acqua come nel celebre aneddoto di David Foster Wallace. Ci nuotiamo dentro (fatture, scorte, ticket, preventivi, ordini) ma fatichiamo a chiamarla per nome, a usarla per scegliere, a farne cultura. La cultura del dato non è una collezione di dashboard brillanti; è il modo in cui, quando nessuno guarda, prendiamo decisioni. Se al primo segnale di pressione torniamo all’istinto, al “si è sempre fatto così”, il problema non è tecnico ma umano: fiducia, abitudini, paure, incentivi. È qui che tanti progetti falliscono: i numeri ci sono, ma non cambiano i comportamenti.

Una formula

Un modo utile per orientarsi è una formula semplice:

IMPATTO = STRATEGIA × FONDAMENTA × CULTURA

La strategia indica la rotta, le fondamenta (qualità, accesso, governance) rendono i dati disponibili, ma è la cultura a trasformare tutto in pratica. Se la cultura vale zero, il prodotto finale è zero: anche l’infrastruttura migliore si sgonfia davanti a riunioni in cui prevale la voce più forte. Nel tessuto italiano le barriere hanno nomi precisi. C’è un tema cognitivo: ragionare in probabilità costa fatica, e molte persone si sentono “negate per i numeri”. Non aiuta che circa un terzo degli adulti italiani resti intrappolata in un livello di competenze matematiche molto basilari, con difficoltà a leggere grafici o a comporre più passaggi logici. In molti casi il titolare accentra l’informazione, la vede come un segreto di famiglia, non come un bene condiviso. Risultato: poca democratizzazione del dato e processi che non imparano da ciò che misurano. C’è poi la dimensione strutturale: microimprese numerosissime (la statistica nemmeno zombie, ma proprio di vivo morente, che vede una percentuale molto superiore al 90% di microimprese da decenni), risorse scarse, pochi ruoli dedicati a controllo di gestione o analisi, bassa adozione di strumenti di analytics rispetto alla media UE. Non è solo questione di costi: mancano tempo, competenze e (soprattutto) una narrativa aziendale che trasformi il dato da ansia da prestazione ad alleato quotidiano.

Come si vince la resistenza

Primo: trattiamo la cultura come una trasformazione organizzativa, non come un corso di software. Servono tre “T”: tempo per apprendere, fiducia (sarebbe “trust” in inglese) per sperimentare senza paura di sbagliare, training continuo e agganciato al lavoro reale. Secondo: rendiamo visibile e gratificante socialmente il comportamento data-driven. Questo si fa, per esempio, chiedendo “cosa dicono i dati?” in apertura di riunione, celebrando chi intercetta un’anomalia in anticipo, legando premi e avanzamenti all’uso consapevole delle evidenze. Terzo: attiviamo loop di feedback che chiedano cosa ostacola l’uso dei report, misurino le decisioni cambiate grazie ai dati e diffondano microstorie di successo tra pari. Per le PMI, la porta d’ingresso è negli Small Data di casa. Non serve partire dall’IA: basta un quaderno ben tenuto in digitale Un laboratorio artigiano che mappa i tempi delle fasi produttive scopre colli di bottiglia; un negozio che traccia per categoria e settimana vede stagionalità e margini reali; un’officina che monitora resi e cause evita sprechi ricorrenti. Il senso è creare “apprendimento a basso sforzo” al margine, come piace dire a noi economisti. Piccole vittorie che sbloccano curiosità e fiducia. Il passo successivo è condividere: quei numeri non restino nel cassetto del capo, ma entrino nei rituali di team (retrospettive, planning, stand-up). Da “segreto” a lingua franca.

L'ecosistema può aiutare

Le Camere di Commercio, i PID, gli EDIH (Poli Europei di Innovazione Digitale) e i competence center offrono percorsi e assesment per PMI; università e ITS possono portare in azienda progetti e analisi concrete. E quando il singolo è troppo piccolo, si vince in rete: consorzi e distretti che condividono piattaforme, standard e metriche di settore hanno già dimostrato che l’innovazione “a grappolo” è possibile anche in Italia. Sul fronte della mentalità, mettiamo in tasca tre regole semplici (e anticiniche) proposte da Tim Harford, e qui mi permetto di consigliare la lettura del suo Data Detective:

  • *Be calm.* Le emozioni deformano le misure; calmi si vede meglio (e si evitano grafici “furbetti”).
  • *Get context.* Un numero senza contesto è un indovinello: chiediamo cosa manca, quali basi di confronto, quale definizione.
  • *Be curious.* La curiosità è il vaccino contro la manipolazione: niente cultura del sospetto come sport, ma domande genuine per capire.

Sono regole nate per non farsi infinocchiare dai numeri… e per usarli con fiducia quando servono.

Promemoria

Infine, un promemoria operativo per chi guida una piccola impresa:

  • definite pochi KPI “di mestiere”, con nomi chiari e un responsabile;
  • documentate le definizioni (cosa conta in “cliente attivo”?);
  • costruite un mini-playbook decisionale (quali dati guardiamo prima di cambiare prezzo? quando rivediamo la scelta?).

È il modo concreto per rendere concreta quella formula cultura × fondamenta × strategia e far sì che la discussione non si areni sul “parliamo di numeri o di business?”, perché i due diventano la stessa conversazione. Potrei chiudere da economista con una curva elegante o un riferimento accademico; preferisco un vero (beh, letterario ma insomma…) detective: «“Data! data! data!” he cried impatiently. “I can’t make bricks without clay.”» “Dati! Dati! Dati! si lamentò con impazienza, non posso fare mattoni senza argilla”. E qui l’auto-ironia è d’obbligo. Lo so, caro imprenditore, forse ti ho stancato: un altro intellettuale che spiega cosa “dovresti fare”. Ma il punto non è fare i compiti a casa: è rendere naturali due o tre abitudini che ti aiutano a fatturare meglio, non a vivere peggio. Elementare… anzi, artigianale, Watson!


Artser Lab è il think tank di Artser e produce idee e contenuti, analisi ed approfondimenti per chi guida le imprese. 

A cura di Antonio Belloni, Head of research department Artser Lab.


Autore: Luciano Canova
Divulgatore, autore di Economia dell’ottimismo (Il Saggiatore)
Sitografia di interesse: https://www.oecd.org/en/about/programmes/piaac.html#publications
Consigli di lettura: Tim Harford, The Data Detective. Ten easy rules to make sense of statistics, Riverhead Books, 2021

Per approfondire