Il superpower dei terzisti
Il marketing è l’arma con cui i terzisti possono diventare forti e indipendenti, e compiere la metamorfosi necessaria: passare da timidi subfornitori a superfornitori con un ruolo decisivo nella supply chain.

Di Maria Gaia Fusilli - Giornalista economica, autrice de "Il marketing dei terzisti"

Superpower dei terzisti - Fusilli

C'era una volta un modello di business che sembrava poter funzionare eternamente: produrre bene, consegnare puntuale, trattare sul prezzo portando a casa un margine risicato, ma sufficiente a sopravvivere.
Il terzista italiano — il falegname di Valdagno, il galvanico del Valdarno, il tessitore di Prato — era il motore silenzioso di una manifattura che si raccontava al mondo come eccellenza assoluta.
E lo era, finché bastava saper fare.
Quell'epoca è definitivamente tramontata.

Sfide e ostacoli

Oggi chi lavora in conto terzi naviga in acque che non assomigliano più a nulla di conosciuto.
Le guerre in Ucraina e in Medio Oriente hanno scompaginato catene logistiche e mercati di sbocco. Le politiche commerciali aggressive dell'amministrazione Trump hanno reso più difficile la crescita sul mercato americano.
Il costo dell'energia e delle materie prime (ancora altalenanti) divorano margini già risicati. E poi c'è la Cina, che aumenta silenziosamente il dumping in comparti che vanno dalla moda alla ceramica, dall'acciaio alla chimica.
Una tempesta perfetta che porta un conto sociale pesantissimo.

Il caso moda: il senso del fornitore

La filiera della moda è il caso più eloquente di collasso sistemico.
Il settore chiude il 2025 con un fatturato in calo del 3% rispetto al 2024 — terzo anno consecutivo di contrazione, dopo otto trimestri in negativo.
Persino le aziende che lavorano per i grandi marchi del lusso sono in cassa integrazione, perché i brand hanno ridotto drasticamente gli ordini: i loro prodotti non escono dai negozi.
Non si tratta solo di congiuntura: è una crisi strutturale che impone di riconsiderare dalle fondamenta il senso di essere un fornitore in una supply chain.

Una doppia morsa

Il problema ha però radici lontane, e sta in anni di sudditanza culturale: l'idea che al terzista spetti il compito di fare e tacere, di abbassare ancora un po' la testa — e il prezzo — quando arriva la telefonata del compratore.
Chi si trova a metà filiera ha sempre vissuto in una doppia morsa: da un lato le richieste di chi commissiona, dall'altro la concorrenza di chi produce a prezzi (per noi) impossibili.
In questo sistema, la visibilità non era un vantaggio competitivo, ma un lusso che non ci si poteva permettere.
Oggi, quel sistema rischia di strozzare definitivamente le nostre imprese, e non c'è tempo da attendere: la risposta è alzare la testa. 

Casi di marketing come superpower

Più semplice a dirsi che a farsi, certo. Eppure, gli esempi ci sono e non si tratta solo di felici eccezioni: hanno una cosa in comune, numeri che non sembrano da terzisti ma da brand. Ed è esattamente quello che sono diventati.
Nel libro Il marketing dei terzisti (Post Editori, 2024) avevamo raccolto i nomi più rappresentativi: Pietro Fiorentini, Zordan, Lem Industries e Manteco.
Settori diversi, stessa scelta coraggiosa: investire nel proprio marchio, costruire una reputazione riconoscibile, non lasciare che fosse solo il prezzo a determinarne il destino.

  • Maurizio Zordan ha trasformato una falegnameria di Valdagno in un riferimento internazionale per il lusso globale, con il 90% del fatturato dall’export e un Ebitda vicino al 15%.
     
  • Daniele Gualdani, alla guida di Lem Industries, ha commissionato il company profile aziendale alla fotografa di Dior: non una stravaganza, ma una scelta strategica precisa — parlare al mercato con il suo stesso linguaggio.
     
  • Manteco, lanificio pratese, ha ribaltato la logica della filiera portando la propria etichetta accanto a quella di brand come Woolrich e Kith: non sono i brand a dare valore al terzista, ma il terzista a contribuire al valore del brand.

Queste storie brillano ancora di più sullo sfondo di una filiera in difficoltà, e non è una contraddizione, anzi è esattamente il contrario.
In un mercato che seleziona sul prezzo, chi è nel mezzo — troppo costoso per competere con i produttori a basso costo, troppo anonimo per giustificare un premium price — non ha scampo.
La monocommittenza, che ha caratterizzato per decenni molti terzisti italiani, aggiunge il rischio della dipendenza: quando il cliente principale taglia o delocalizza, non rimane nulla.

Niente slogan ma selezione dei clienti

Il punto non è fare marketing come se si fosse un grande marchio del lusso. È smettere di credere che non serva, perché "tanto basta il passaparola, i clienti ci conoscono già, è un costo in più che non possiamo permetterci".
Quella è la formula perfetta per restare invisibili in un mercato che cambia alla velocità delle crisi geopolitiche e delle guerre commerciali.
Alzare la testa, in concreto, significa prima di tutto capire chi si è davvero:

  • mappare le proprie competenze distintive,
  • identificare cosa si fa meglio di chiunque altro,
  • costruire attorno a questo un racconto credibile e verificabile: non uno slogan, ma una narrazione sostenuta da dati, certificazioni, processi documentati.

Significa poi scegliere con chi lavorare, perché diversificare il portafoglio clienti vuol dire selezionare committenti con cui i valori si allineano.
Significa investire nella propria presenza — un sito che racconta l'azienda, la partecipazione a fiere di settore internazionali, la cura di come ci si presenta a un potenziale partner — perché chi non si vede non esiste, e chi non esiste viene trattato di conseguenza.
E significa, infine, usare le certificazioni non come adempimento burocratico ma come argomento commerciale.

Da subalternità a partnership

Chi ha un brand, una storia, una comunità di riferimento, ha qualcosa che sopravvive ai cambi di management, alle ristrutturazioni dei grandi gruppi, alle crisi di sistema.
Solo che, se non lo racconta, tiene quel valore intrappolato, non lo esprime.
In un momento in cui i committenti (dalla moda a tutti gli altri settori) cercano fornitori che possano essere esibiti in un report di sostenibilità senza imbarazzi, l'anonimato non è più prudenza: è un rischio.
Le imprese che sopravvivono — e che crescono — sono quelle che hanno trasformato la relazione con la committenza da subalternità a partnership strategica.
Un'espressione che, a ben vedere, riequilibra la relazione: il fornitore ha bisogno del cliente, certo, ma è anche il cliente ad aver bisogno del fornitore. Il valore, in questo caso, è bidirezionale.


Artser Lab è il think tank di Artser e produce idee e contenuti, analisi ed approfondimenti per chi guida le imprese. 

A cura di Antonio Belloni, Head of research department Artser Lab.



Autore: Maria Gaia Fusilli
Giornalista economica, autrice de Il marketing dei terzisti

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