3 effetti di un manager su una PMI
Di fronte alle metamorfosi dei mercati, il manager non cambia la storia dell’impresa, ma la fa durare guardandola con occhi nuovi, codificando competenze consolidate, stabilendo nuove regole.

Di Junio Caselli - Marketing and Communication COAX Technology

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Aumentare le capacità della propria azienda attraverso un manager, soprattutto quando le cose stanno andando piuttosto bene, è una scelta che proietta l’impresa verso il futuro senza chiederle di rinnegare sè stessa.
È un innesto di capacità in grado di prendere ciò che l’imprenditore ha costruito e renderlo competitivo dentro un contesto che nel frattempo si è spostato. L’impresa continua a essere quella di prima, ma smette di vedere il mondo con gli occhi di ieri.

Coerenza interna vs efficacia esterna

Ogni azienda vive dentro una relazione continua tra ciò che sa fare e ciò che sa vedere. Le due cose non coincidono mai perfettamente.
Un’impresa opera bene quando possiede categorie abbastanza aggiornate per interpretare il mercato, i clienti, i segnali deboli, i cambiamenti di linguaggio, i mutamenti generazionali, la trasformazione dei canali e la ridefinizione stessa di ciò che viene percepito come valore.
La difficoltà e la stagnazione nascono dal fatto che il successo ha generato specializzazione, e la specializzazione identità. Funziona così: una Pmi diventa brava in un perimetro preciso, consolida competenze, costruisce relazioni e fissa abitudini decisionali. Questo produce efficienza e come contrappasso anche irrigidimento.
Le ipotesi con cui l’impresa ha letto il mondo cominciano lentamente a trasformarsi in una seconda natura. Diventano una forma di fedeltà identitaria. A quel punto il rischio comincia a manifestarsi perché l’azienda continua a decidere in modo coerente senza che la coerenza interna basti più a garantire efficacia esterna.

 

Stesso prodotto, mercato diverso

Per questo la cecità delle PMI non è mai, in origine, un difetto morale ma un effetto naturale della continuità. Si continua a fare bene ciò che si è imparato a fare bene. Si è riconoscenti ai clienti che ci hanno fatto crescere e si rimane attaccati ai prodotti che hanno costruito la nostra identità.
Accade allora qualcosa di molto comune e pericoloso: l’impresa possiede ancora un buon prodotto ma per un mercato che non esiste più nella stessa forma:

  • la tecnologia non è più all’avanguardia;
  • i referenti presso i clienti storici sono andati in pensione;
  • anche se non calano subito i risultati, calano visibilmente le opportunità che possono garantire i risultati futuri.

La situazione assomiglia a certi cinema ancora attivi nelle periferie italiane con l’insegna al neon che recita “Cinema Nuovo”. Solo che il nuovo è finito da tempo anche se il nome continua a brillare con involontaria nostalgia.
Philip Kotler ha colto questa dinamica con chiarezza quando ha osservato che i mercati cambiano più velocemente delle rappresentazioni interne con cui le imprese leggono la domanda.
In una grande organizzazione questa distanza può essere almeno in parte assorbita da strutture, processi e competenze differenziate.
In una piccola impresa invece tende ad accumularsi.
Il ritardo diventa più facile da produrre e più difficile da riconoscere perché concentra su poche persone troppe funzioni, troppa interpretazione implicita e soprattutto troppa coincidenza tra questioni che funzionano meglio quando sono separate: biografia, proprietà, governo e gestione.
Qui la managerialità mostra la sua utilità più profonda: il manager aggiorna il modo in cui l’azienda capisce il mondo. Lavora sulle stesse basi costruite dall’imprenditore e le rende utilizzabili nel nuovo contesto. Sa fare meglio dell’imprenditore alcune cose decisive e sa valorizzare bene i pregi, la personalità e le intuizioni dell'imprenditore.
Inoltre, un manager può introdurre distanza operativa rispetto alle scelte passate, riduce la variabilità delle decisioni, rende più stabile l’apprendimento organizzativo e trasforma competenze sparse in un sistema che regge nel tempo.
Per una Pmi il manager svolge spesso la funzione di aumentare l’energia cognitiva disponibile.
E lo fa riattivando domande che all’interno non emergono più. Come queste:

Perché lavoriamo così?
Perché questo cliente continua a essere centrale?
Perché questa linea assorbe risorse senza restituire margine?
Perché questo fornitore resta intoccabile?
Perché questa persona non cresce?
Perché quest'altra resta in una posizione che non valorizza più né lei né l’azienda?
Perché non entriamo in quel canale?
Perché non abbiamo ancora esplicitato chiaramente la nostra proposta di valore?

I 3 effetti di un manager su una PMI

Il primo effetto dell’arrivo di un manager si vede sul mercato.
Il manager cambia la qualità della lettura. Segmenta davvero i clienti. Costringe l’impresa a chiarire per chi lavora, perché viene scelta, dove crea valore, quali lavori sono coerenti con la propria identità e quali drenano tempo e risorse.
Può portare anche disciplina commerciale introducendo linguaggi che permettono di dialogare con clienti più grandi, profittevoli e strutturati. E, addirittura, può creare anche le condizioni per cui un’azienda arrivi a dire no a una richiesta.
E per una Pmi dire no è una forma di maturità. Significa smettere di accogliere ogni commessa come una salvezza e cominciare a considerare ogni scelta come una presa di posizione che ha effetto sull’identità.

Il secondo grande effetto positivo del manager si vede sui processi.
L’esperienza dell’azienda viene trasformata in procedure, indicatori e responsabilità riconoscibili.
Ciò che prima era custodito nella memoria di pochi diventa almeno in parte trasferibile. I colli di bottiglia smettono di essere inevitabili. Gli sprechi e le inefficienze non vengono più tollerati.
Il monitoraggio entra in azienda come sistema per rendere misurabile ciò che esisteva solo come esperienza non formalizzata. La proceduralizzazione, quando è intelligente, snellisce l’impresa e le consente di durare. Le permette di non dipendere sempre dall’intuizione istantanea del fondatore, o dalla disponibilità quasi eroica di chi tiene insieme tutto grazie al proprio talento personale.

Il terzo effetto riguarda il capitale umano, e qui la trasformazione è spesso immediata.
La presenza del manager alza la soglia di ciò che l’impresa ritiene accettabile. Ruoli informali, ambiguità tollerate, rendite di posizione, errori ripetuti, prestazioni opache, persone eccellenti non riconosciute, persone mediocri protette da vicinanze affettive o storiche, tutto questo comincia a essere misurato con un altro metro.
Il manager introduce facilmente in azienda una cultura della valutazione soprattutto perché è il primo ad essere costantemente valutato. E quando un’organizzazione impara a valutare, cambia passo. Si perdonano meno gli errori estemporanei. Si identificano meglio quelli strutturali. Si riconosce subito il valore autentico e si può tempestivamente creare lo spazio per farlo crescere.
Nelle imprese familiari questo effetto si intreccia con un problema ulteriore.

Ruoli e responsabilità

Continuità e sovrapposizione, per molti anni, coincidono. Proprietà, governo e gestione si raccolgono nelle stesse persone. Nella fase fondativa questa concentrazione può essere una forza straordinaria. La velocità è altissima, il comando è chiaro, l’energia è unificata.
Quando però il contesto si fa più complesso, la sovrapposizione diventa un vincolo.
Ogni decisione tecnica tocca un equilibrio identitario. Ogni riallocazione di responsabilità viene percepita come giudizio sulla storia familiare. Fino al punto in cui ogni ipotesi di apertura verso l’esterno viene vissuta psicologicamente come perdita di controllo e tradimento della famiglia.
L’esterno, il manager, in realtà non deve essere visto come un fattore ostile alla famiglia o al fondatore, ma come un dispositivo di chiarificazione.
Il manager separa ruoli e responsabilità. Rende più praticabile una regola severa ma inevitabile: ogni posizione in azienda deve essere occupata da chi è in grado di generare più valore in quella funzione, che ha come corollario che ciascuno deve occupare il posto in cui genera maggior valore.
Questo consente una riallocazione intelligente. I familiari possono restare centrali nella proprietà e nel governo. La gestione può essere professionalizzata dove serve. Un figlio può essere valorizzato in un’area specifica invece di essere trascinato verso un ruolo totalizzante per il quale magari non è adatto. Un familiare può restare fondamentale senza dover coincidere con tutto. L’impresa guadagna ordine, e questo ordine protegge anche i rapporti personali.
C’è poi un effetto che molti imprenditori intuiscono subito dopo l’inserimento, con delega reale e funzione chiara, di un manager tra le proprie fila: costringe l’azienda a capirsi e a spiegarsi. Chi fa cosa. Chi decide cosa. Chi risponde a chi. Dove finisce una responsabilità. Dove comincia la successiva.
L’organigramma, che in molte Pmi resta implicito o decorativo, comincia a emergere come struttura viva, perché l’arrivo di una funzione nuova obbliga a chiarire tutte le altre. L’azienda, dovendo essere comprensibile al manager, diventa più comprensibile anche a sé stessa. Per questo la managerialità non interrompe la storia aziendale ma, anzi, la rende durevole trasformando l’intuizione del fondatore in sistema. Conserva l’identità dove ha valore e la attualizza dove rischiava di diventare culto del passato.

Esempi

Il caso di Dallara Automobili, con Andrea Pontremoli, resta istruttivo proprio per questa meccanica. L’identità tecnologica di Dallara non è stata sostituita o adulterata, ma si è espansa. Ha trovato struttura, visione e capacità di stare nel presente e di costruire il futuro.
La managerialità, quando funziona, produce questo: una continuità più forte e più adatta al tempo in cui vive.
Lo stesso schema si ritrova in casi meno noti e più vicini al tessuto delle Pmi. Un produttore di cornici per quadri può restare esattamente ciò che è sempre stato, eppure cambiare destino quando entra una figura capace di vedere il prodotto dentro il linguaggio dell’interior design.
Un’azienda di packaging può possedere già tutta la competenza tecnica necessaria, ma non riuscire a riempire le macchine di ordini finché non arriva qualcuno capace di reggere relazioni commerciali complesse con clienti più strutturati. In questi casi il salto dipende anche da un modo nuovo di leggere il mercato.
Finalmente la qualità che era già presente può essere espressa per come merita.
La maniera di rapportarsi ai manager può essere di diversa intensità: dal manager che viene chiamato per uno scopo specifico, già con la promessa di lasciarsi dopo un certo tempo o dopo certi risultati, al manager condivide il rischio e la visione entrando nel capitale, o legando una parte rilevante del proprio guadagno ai risultati. O un rapporto si può trasformare nell’altro.
Non c’è un unico schema funzionante.
Quello che sembra comune è il percorso che porta l’azienda ad aprirsi: ogni impresa nasce con un certo modo di vedere. Quel modo funziona finché il contesto resta compatibile con le categorie che lo sostengono. Quando il contesto cambia, si crea uno scarto.
Le decisioni continuano a sembrare sensate dall’interno, ma diventano progressivamente meno efficaci nel mondo reale. In quel passaggio si decide la traiettoria dell’azienda. Si può restare prigionieri della propria identità passata, oppure si può fare l’operazione intelligente di salvare ciò che conta introducendo occhi nuovi.
Il manager serve a questo. Non entra per cambiare la storia. Entra per farla durare.
Rende più chiaro il mercato, più leggibile l’organizzazione, più esigente la cultura interna, più razionale la distribuzione delle responsabilità, più trasferibile il sapere e più forte la capacità di apprendere. Inoltre, libera spazio per l’imprenditore, che torna a concentrarsi dove genera massimo valore spesso ritrovando la passione iniziale.
Le Pmi italiane hanno spesso una grande qualità tecnica, umana e relazionale, che merita di essere accompagnata nel futuro. Un affiancamento manageriale è uno degli strumenti più efficaci per trasformare questa qualità in continuità e durata.


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Autore: Junio Caselli
Marketing and Communication COAX Technology

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