Piccolo non è digital-zero. Vince la visione dell’imprenditore

L'analisi di Federico Iannella, ricercatore dell’Osservatorio Innovazione Digitale delle Pmi della School of Management del Politecnico

 

In Italia il digitale risulta essere un elemento di forza per le Pmi “Large” - intese come quelle con un fatturato sopra i 50 milioni di euro o con un numero dipendenti superiore a 250 - ma non ancora del tutto per quelle più tradizionali.

Lo ha affermato in una recente analisi l’Osservatorio Innovazione Digitale nelle Pmi della School of Management del Politecnico di Milano, evidenziando che «il digitale è considerato come un costo solo dal 2% delle Large (rispetto al 16% delle Pmi), mentre, per il 61%, è lo strumento cardine per costruire il futuro dell’azienda (rispetto al 35% delle Pmi).

A contare è quindi la dimensione? «Si tratta - interviene il professor Federico Iannella, ricercatore senior dell’Osservatorio - di un tema che ci viene posto dalle Pmi stesse: è la loro struttura a essere limitante? La risposta è no. Quando abbiamo creato l’indice di maturità digitale abbiamo deciso di valutare due elementi: primo, quanto è permeato il digitale nei processi aziendali; secondo, la cultura digitale. L’aspetto dimensionale, quindi, non è di per sé una barriera».

Alle volte le imprese faticano a portare un’integrazione completa del dato, un’infrastruttura informatica forte e la presenza di una squadra di information technology che si occupi di digitalizzazione, «ma questo - prosegue Iannella - è un elemento trasversale, non dipendente dalla dimensione. Sul fronte della cultura digitale, occorre comprende la visione strategica del titolare. Le Pmi essendo più snelle hanno una maggiore velocità decisionale, ma su questo fronte dipende dal titolare stesso, da quanto sa delegare, oltre che alla sua capacità di autocritica. Ci è capitato di interfacciarci con molti imprenditori che si dichiaravano esperti di digitale, quando in realtà non lo erano. Ma anche questo, ovviamente, non è un qualcosa di collegato alla dimensione dell’azienda».

Può il ricambio generazionale in atto fornire uno stimolo alla transizione digitale? «Esiste una duplice lettura. Se parliamo di ricambio a livello di amministrazione, la risposta è positiva proprio perché il titolare ha in mano le redini dell’impresa. Le nuove generazioni sono più digital oriented, e quindi tendenzialmente si va verso una maggiore digitalizzazione. Dico “tendenzialmente” in quanto dipende appunto da come il titolare sa ad esempio delegare questo fronte a un responsabile. A livello invece di ricambio delle risorse interne, nelle Pmi abbiamo intercettato una criticità: faticano ad attirare nuovi talenti. Il tema dell’attrattività - dichiara l’esperto - è quindi centrale, bisogna portare nuove risorse all’interno delle aziende».

Dopo due anni di pandemia e alla luce del conflitto in Ucraina, quali meccanismi può e deve attivare il sistema Paese per consentire un’accelerazione della transizione digitale? «Credo sia importante puntare l’attenzione sul concetto di “ecosistema”, a cui la Pmi può fare riferimento per trasformarsi. Tendiamo molto a parlare di filiera, e abbiamo avuto modo di analizzare, a livello di associazioni, anche gli hub territoriali. In questo momento storico, con la pandemia che ha portato molte aziende a rivolgersi proprio agli hub anche solo per creare un e-commerce, e con i fondi che arriveranno (si pensi al Pnrr, ndr), bisogna fare attenzione a non puntare solo su interventi a pioggia. Servono, anzi, interventi “chirurgici”, anche a livello di sostegno finanziario, di policy. Occorre andare a scavare nelle necessità dei distretti, dei territori, puntare su un’analisi molto precisa delle necessità delle varie tipologie di Pmi. Non va dimenticato che per Pmi intendiamo realtà che fanno bulloni così come altre che lavorano nell’aerospace: le esigenze sono diverse. Occorre una visione d’insieme che deve coinvolgere anche i vendor tecnologici. Lavorando insieme, può emergere un risultato che definiamo “win win”».

Entra in gioco, come spesso accade e come già accennato in avvio, anche la cultura stessa delle singole imprese. Oggi forse, come non mai, le Pmi devono comprendere la forza del concetto della rete territoriale. «Il momento è quello giusto - chiude Iannella - l’ecosistema si è allargato tra vendor, hub e professionisti, però nella mia supply chain è la filiera la prima rete in cui sono immerso, quindi fornitori e clienti. Ogni filiera ha le sue caratteristiche e le sue necessità, la Pmi deve capire di essere parte di questo meccanismo. Un esempio è quello della cybersecurity, che può essere sfruttata anche in ottica reputation».

 

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