PMI e pianificazione fiscale: perché è una scelta strategica e non solo un adempimento

Per molte piccole e medie imprese la fiscalità resta ancora un tema da gestire in modo reattivo: si rispettano gli adempimenti, si cercano le agevolazioni disponibili, si affrontano i controlli quando arrivano. Ma sempre più spesso le scelte fiscali incidono direttamente su investimenti, sviluppo e competitività. È per questo che la pianificazione fiscale sta diventando una componente strutturale della strategia d’impresa, e non solo un obbligo amministrativo.
L’obiettivo non è “pagare meno tasse”, ma costruire scelte consapevoli e coerenti con il quadro normativo, capaci di sostenere la crescita senza esporsi a contestazioni future.
Come osserva il professor Filippo Cicognani, docente di Diritto Tributario presso l’Università di Bologna, l’ottimizzazione fiscale è il legittimo tentativo di ridurre l’onere tributario nei limiti di legge, mentre il rischio fiscale nasce da possibili contestazioni dell’amministrazione finanziaria che possono tradursi in recuperi d’imposta e sanzioni rilevanti. Il vero nodo è trovare un equilibrio tra queste due dimensioni.
Per molte PMI il rischio fiscale resta poco presidiato. Ci si concentra sugli adempimenti correnti, ma manca spesso una valutazione preventiva delle conseguenze fiscali di investimenti, riorganizzazioni societarie o aperture ai mercati esteri.
Secondo Cicognani, questo equilibrio richiede una governance fiscale minima, basata su valutazione preventiva delle operazioni, corretta documentazione, tracciabilità delle decisioni e confronto tempestivo con i consulenti. Un approccio che consente di ridurre le aree di incertezza e prevenire errori che, nel tempo, possono trasformarsi in costi imprevisti.
Il percorso di riforma del sistema tributario punta a rendere il quadro normativo più razionale e leggibile, anche attraverso Testi Unici di settore e, in prospettiva, un Codice dei tributi.
Parallelamente, vengono introdotti strumenti che anticipano il confronto tra imprese e amministrazione finanziaria, come il rafforzamento dell’adempimento collaborativo e il concordato preventivo biennale. L’utilizzo di tecnologie digitali e modelli algoritmici mira a rendere più prevedibile il rapporto con il Fisco, pur senza ridurre l’imposta dovuta. Per le imprese significa maggiore certezza, ma anche la necessità di organizzare meglio dati, processi e responsabilità interne.
L’apertura ai mercati esteri rappresenta una leva importante di sviluppo, ma comporta un aumento significativo della complessità fiscale e amministrativa: sistemi fiscali diversi, normativa IVA internazionale, regole doganali, transfer pricing e diritto dell’Unione Europea.
Secondo Cicognani, la pianificazione fiscale dovrebbe essere parte integrante del business plan dell’investimento estero, valutando in anticipo struttura organizzativa, trattamento fiscale delle operazioni e impatto complessivo sull’impresa o sul gruppo.
Crediti d’imposta e agevolazioni fiscali per ricerca, innovazione ed efficienza energetica sono strumenti importanti, ma richiedono corretta qualificazione delle attività, documentazione adeguata e programmazione degli investimenti.
Esperienze recenti mostrano come impostazioni approssimative possano portare, anche a distanza di anni, a recuperi d’imposta e contenziosi. Per questo la valutazione normativa dovrebbe accompagnare fin dall’inizio le scelte di investimento.
Un sistema fiscale moderno non dovrebbe limitarsi a finanziare la spesa pubblica, ma contribuire allo sviluppo dell’economia. In questa prospettiva, la variabile fiscale entra a pieno titolo nelle decisioni aziendali.
Per le PMI significa superare una logica reattiva e costruire un approccio più strutturato, in cui fiscalità, investimenti, innovazione e crescita procedono insieme. Come sottolinea Cicognani, questo passa anche da una valutazione costante dei progetti alla luce del quadro normativo, affinché la pianificazione fiscale diventi uno strumento di stabilità e sviluppo, non una fonte di rischio.
A cura di Paola Mattavelli