ESG: nuovi obblighi per le grandi, ma anche le piccole imprese devono adeguarsi

La normativa europea e le ricadute sulle PMI: il contributo di Jacopo Brioschi

 
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Il tema dell’ESG (Environmental, Social, and Governance) sta assumendo un ruolo cruciale, specialmente in vista del nuovo regolamento europeo. Entro il 2025, le grandi imprese dovranno affrontare richieste più rigorose e dettagliate in termini di sostenibilità ambientale, responsabilità sociale e governance aziendale. Questo cambiamento mira a garantire che le pratiche aziendali siano più trasparenti, etiche e sostenibili, con particolare attenzione alla riduzione dell'impatto ambientale, al miglioramento delle condizioni di lavoro e alla gestione etica e responsabile delle aziende. Questo ricadrà in richieste anche per le Pmi: cosa potrebbero chiedere le grandi aziende ai loro piccoli fornitori? Una serie di letture le fornisce Jacopo Brioschi, coordinatore dell’area innovazione e sviluppo di Artser.

PMI e impegno ESG: tra richieste complesse e sfide per il futuro 
«Già da qualche anno - sottolinea Brioschi - le Pmi che lavorano in filiere con particolari “sensibilità” a temi quali la tutela dell’ambiente o dei diritti umani sono abituate a ricevere dai loro clienti richieste di compilare dichiarazioni e questionari che, a volte, appaiono quasi surreali». Ai titolari delle aziende «viene chiesto di indicare quali misure adottano per contrastare lo sfruttamento del lavoro minorile piuttosto che la discriminazione di genere o se ha definito politiche aziendali per combattere il Climate Change». Tutto questo è dunque già iniziato, le grandi imprese hanno già cominciato a occuparsi di definire una propria “impronta ESG” e per farlo in modo corretto devono anche “provare la temperatura ESG” alla propria filiera.

Verso un'armonizzazione ESG
A oggi, prima della direttiva Europea, gli standard utilizzati erano molteplici e tra loro poco omogenei e questo causava una certa confusione in chi riceveva richieste e questionari; sicuramente l’introduzione del nuovo format proposto dall’Europa (che si rifà in gran parte agli standard GRI) aiuterà sia nel meglio definire gli indicatori che, finalmente, nel rendere facilmente comparabili le rendicontazioni ESG di diverse aziende.

«Un tema fondamentale da considerare nell’analisi di cosa succederà è sicuramente quello della così detta materialità» evidenzia l’esperto, ovvero del fatto che la dimensione ESG di una impresa, contrariamente a quanto potremmo pensare a prima vista, è legata fortemente alla dimensione ontologica dell’azienda (cosa produce, dove produce, come produce, quante persone impiega, quanti macchinari ha, etc...) piuttosto che alla vision dell’imprenditore più o meno illuminato/progressista (sensibile o meno a temi ambientali, sociali, ecc...).

Un rendiconto dinamico 
Il rendiconto ESG che una azienda dovrà predisporre sarà un documento molto dinamico, ovvero negli anni gli sarà chiesto di rendere sempre più accurati e certificati i metodi di quantificazione degli impatti ESG dell’impresa nonché i percorsi di miglioramento. Sarà dunque un vero e proprio bilancio, che si affiancherà a quello finanziario/contabile, di pubblico accesso in cui ogni anno sarà perfezionata la “contabilità analitica” degli indicatori non finanziari della sua azione di impresa.

Sarà un costo o un investimento? 
Sicuramente tra gli indicatori fondamentali di un rendiconto ESG c’è sempre la sostenibilità economica di medio-lungo periodo, «pertanto - chiude Jacopo Brioschi - il caro vecchio Utile di esercizio è un parametro fondamentale di una buona gestione ESG (da un certo punto di vista il più importante), ed è anche quello che permette di investire per migliorare indicatori critici dell’azienda».

 

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