Passaporto Digitale di Prodotto: da dove partire oggi (anche se non sei ancora obbligato)

Negli ultimi mesi il Passaporto Digitale di Prodotto (Digital Product Passport – DPP) è entrato sempre più spesso nel dibattito su sostenibilità, tracciabilità e nuove regole europee. Il tema è strettamente collegato al nuovo Regolamento Ecodesign per i prodotti sostenibili (ESPR), che fa parte del pacchetto europeo per l’economia circolare e introduce requisiti informativi lungo l’intero ciclo di vita dei prodotti.
Anche se molte disposizioni entreranno in vigore in modo graduale, il DPP rappresenta uno dei pilastri di questo nuovo impianto normativo: uno strumento pensato per rendere accessibili dati su composizione, prestazioni, riparabilità e impatto ambientale dei prodotti.
È importante chiarire un aspetto spesso frainteso: il Passaporto Digitale di Prodotto non riguarda solo chi esporta. Il DPP si applica ai prodotti immessi sul mercato della Unione Europea, indipendentemente dal fatto che siano venduti in Italia o destinati all’estero. L’obbligo non è legato all’attività di export in sé, ma all’accesso al mercato europeo. Questo significa che qualsiasi impresa che produce, importa o commercializza prodotti nelle categorie coinvolte dovrà, progressivamente, rendere disponibili le informazioni richieste dal DPP.
Per molte PMI il tema resta ancora astratto, percepito come un adempimento futuro. In realtà, il Passaporto Digitale sta già iniziando a farsi strada nella quotidianità delle imprese, soprattutto attraverso richieste di clienti, buyer e filiere.
Il DPP nasce come strumento europeo per migliorare trasparenza, circolarità e sostenibilità dei prodotti, ma il suo impatto non resterà confinato alle aziende direttamente soggette agli obblighi.
Sempre più spesso saranno clienti, partner commerciali o capofiliera a chiedere dati strutturati su materiali, componenti, processi produttivi, certificazioni o caratteristiche ambientali. Per molte PMI questo significa dover rispondere in modo puntuale e tracciabile, anche senza essere formalmente obbligate.
Il Passaporto Digitale non arriva dall’alto: entra in azienda passando dalle relazioni di mercato.
Prima ancora di parlare di piattaforme o strumenti digitali, ogni impresa può iniziare con alcune domande molto concrete:
Che dati produciamo sui nostri prodotti?
Schede tecniche, materiali utilizzati, lavorazioni, certificazioni, dichiarazioni ambientali: spesso queste informazioni esistono già, ma non sono viste come un patrimonio strutturato.
Dove sono oggi queste informazioni?
File sparsi, email, cartelle condivise, gestionali, competenze nelle teste delle persone. Senza una mappa chiara, recuperare i dati diventa ogni volta un lavoro artigianale.
Chi è responsabile della loro gestione?
Uno degli errori più comuni è pensare che “se ne occupino tutti”. In realtà serve almeno un presidio chiaro, anche minimo.
Quanto sono aggiornati e affidabili?
Dati incompleti o obsoleti rischiano di creare più problemi che vantaggi, soprattutto quando vengono richiesti da clienti strutturati.
Senza risposte a queste domande, il Passaporto Digitale resta un concetto teorico.
Avvicinarsi al DPP non significa partire subito con progetti informatici articolati. Per molte PMI è più efficace iniziare da piccoli passi organizzativi:
- mappare i prodotti e le principali varianti
- individuare le fonti dei dati già disponibili
- definire un minimo di governance interna delle informazioni
- coinvolgere progressivamente i fornitori chiave
- ordinare la documentazione tecnica esistente
È un lavoro che richiede metodo più che tecnologia. L’obiettivo è costruire una base informativa solida, su cui poi innestare eventuali strumenti digitali.
Nelle prime attività di affiancamento alle imprese, ciò che emerge più spesso non è tanto una mancanza di dati, quanto una loro frammentazione. Le informazioni di prodotto esistono, ma sono distribuite tra file, gestionali, email e competenze individuali, rendendo complesso ricostruire un quadro completo e aggiornato. A questo si aggiunge, in molti casi, una gestione poco strutturata delle responsabilità: il tema viene percepito come trasversale e finisce per non avere un vero presidio.
Un’altra difficoltà frequente riguarda il coinvolgimento della filiera. I fornitori non sempre sono pronti a fornire dati in modo sistematico e standardizzato, e questo rallenta i percorsi di tracciabilità. Spesso, inoltre, si tende a sottovalutare il tempo necessario per mettere ordine nei processi interni, immaginando che il Passaporto Digitale sia soprattutto una questione tecnologica.
Al contrario, le esperienze più efficaci sono quelle che partono da un perimetro circoscritto, assegnano responsabilità chiare e adottano un approccio progressivo. Quando il lavoro viene integrato con i temi della qualità, della sostenibilità e dell’ESG, anziché essere trattato come un progetto isolato, il Passaporto Digitale diventa uno strumento concreto di miglioramento organizzativo, oltre che di conformità alle nuove regole.
Al di là delle future scadenze normative, il Passaporto Digitale può rappresentare un’occasione per migliorare l’organizzazione interna: rendere più chiari i flussi informativi, aumentare la consapevolezza sul prodotto, rafforzare il dialogo con la filiera e prepararsi a richieste di mercato sempre più strutturate.
In questo senso, il DPP non è solo uno strumento di compliance, ma può diventare una leva di sviluppo, se affrontato con un approccio graduale e consapevole.

Per approfondire il tema con esempi concreti e capire come prepararsi in modo strutturato, Artser organizza un incontro dedicato alle nuove regole sulla tracciabilità dei prodotti, al Passaporto Digitale di Prodotto e all’Ecodesign.
Partecipa all'evento in presenza
Origgio, via Saronnino 86
Nuove regole sulla tracciabilità dei prodotti.
Come cambierà produrre e importare in Europa: Passaporto Digitale di Prodotto ed Ecodesign
A seguire aperitivo di networking.