Concorrenza sleale e cybersecurity: per le PMI è il momento di difendersi

L’economista Fabio Scacciavillani ci guida alla scoperta dei rischi e ci offre alcune soluzioni

 
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Negli ultimi tempi le grandi aziende strategiche per l’economia dell’Unione, comprese ovviamente quelle italiane, sono state oggetto di un forte intervento da parte della presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, che ha esortato gli Stati aderenti ad effettuare un controllo stretto riguardante gli investimenti stranieri nei confronti dei settori vitali per l’economia nazionale ed europea, con il conseguente monitoraggio delle esportazioni e della dipendenza dalle importazioni nei confronti dei Paesi dell’Est, come la Cina.

Abbiamo sentito in proposito Fabio Scacciavillani, economista, saggista e partner-strategist di Golden Eagle, che recentemente ha pubblicato insieme a Michele Mengoli un libro dal titolo Il Furto del millennio, come la Cina ha turlupinato e depredato l’Occidente, per comprendere quanto il rischio patito dalle grandi aziende in tema di protezione di brevetti, Know-how e cyber security possa colpire anche le Pmi.

Che rischio corrono le piccole medie imprese italiane rispetto alla protezione del loro know-how?

È un tipo di rischio che riguarda soprattutto la tutela del loro marchio. Diciamo che per le PMI, non si può parlare, se non in rari casi, di acquisizione di un settore strategico da un punto di vista nazionale come può essere Pirelli ad esempio, azienda sottoposta alla tutela della Golden Power. Ma non per questo i rischi che corrono sono minori. Sono di tipo diverso, ma non meno pericolosi.

Ci sono produzione più o meno soggette a questo tipo di rischio?

Chi lavora in un settore creativo come ad esempio il designer di mobili, spesso è soggetto ad essere copiato da paesi esteri come la Cina, che vìola la legge sulla proprietà intellettuale in tantissimi casi. Ci sono aziende che sono maggiormente esposte a furti di proprietà intellettuali, basti pensare ai brevetti, così come alle software house o alle start up digitali.

Come possono proteggersi?

I modi ci sono ma non sempre sono efficaci purtroppo. Spesso questi furti sono addirittura plateali, basti partecipare ad una fiera dedicata, dove tra i visitatori ci sono anche coloro che vanno appositamente per fotografare i vari prototipi o prodotti originali, ed ecco che già avviene il furto dell’idea, del designer etc. Ora se la PMI non esporta in Cina, diciamo che il problema è abbastanza irrisorio, ma diventa un danno enorme se poi dalla Cina vengono a vendere quel prodotto copiato in Italia oltretutto ad un prezzo ridotto.

Allora non c’è modo?

Purtroppo quando ci si trova di fronte ad un caso del genere, bisogna passare alle vie legali per assicurare la protezione del marchio, ma spesso ci si scontra con una mancata tutela sul territorio cinese. E lì ci dobbiamo fermare.

Le medie-piccole aziende secondo lei potrebbero fare sistema per tutelarsi da queste clonazioni dei loro prodotti?

Si sicuramente, anche attraverso le associazioni a cui appartengono, appoggiandosi a professionisti comuni, avvocati, tecnici, esperti, che tutelino l’intero settore, i loro brevetti e i know-how. In questo caso non sarebbe una sola azienda a dover affrontare commercialmente e legalmente un colosso come quello cinese. Perché una PMI da sola non può avere milioni di euro per poter perseguire a livello internazionale un furto di proprietà intellettuale. Senza dimenticare che poi c’è tutta la parte dell’hackeraggio, della cybersecurity.

Ci vuole spiegare meglio?

Questo è un fenomeno che le Pmi trascurano nella maniera più totale. Non ne vogliono sentir parlare. Spesso mi è capitato nei convegni di chiedere, ma voi come li tutelate i vostri dati? La risposta il più delle volte è stata, abbiamo un server in azienda con un antivirus aggiornato e un responsabile IT. Poi però cambiano espressione quando dico loro che, in questo esatto momento il vostro server è già stato violato. Non è più una questione di se lo sarà, ma è diventata una questione di quando accadrà. Un’azienda tipo Poste Italiane, stima ogni giorno, 50mila tentativi di infiltrazioni.

E la stima per una Pmi?

Parliamo nell’ordine che vanno dai 10 fino ad arrivare fino a 50 tentativi al giorno. Dipende poi da che tipo di azienda è, le sue dimensioni e il tipo di produzione che ha. La regola d’oro è che il server non puoi averlo in azienda perché vulnerabile, ma deve essere in cloud, perché hai una protezione maggiore per una questione di economie di scala. Perché mentre il singolo server può essere protetto ma limitatamente ad un antivirus acquistato dell’azienda, nell’altro caso si ha una protezione di una banca dati infinitamente più grande da parte di chi gestisce il cloud, con molte più possibilità economiche per proteggerla e con un backup di dati continuo. Perché non dimentichiamoci che in caso di furto dei dati, c’è anche il rischio di una richiesta ingente di denaro per riavere i propri dati, peraltro già violati. (Alessandra Aggravi)

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